Human Satisfaction & Multicreatività

Persone, non consumatori. Zona franca per una nuova civiltà di comunicazione

Archivio per marzo, 2010

Apple, la mela morde ancora. 7 aprile: iAD, pubblicità personal

Inviato da unioneadc il 29 marzo 2010

g.r. – Più che un rumor è un annuncio: il 7 aprile Apple rivelerà perché ha appena speso 300 milioni di dollari per acquisire una società dedita alla pubblicità online. Secondo Media Post, Steve Jobs sta per dirci che ha trovato la pietra filosofale della pubblicità via telefonino e schermi personali. Si chiama iAd e rivoluzionerà il nostro comportamento di utenti connessi alla rete globale.

Per esempio: “One of popular scenarios is that Apple will offer a hypertargeting capability that would enable advertisers to target ads to consumers based on their geographic proximity, paving the way for a new generation of location-based advertising. But some observers believe that could be trouble for Apple, because Google recently won the patent for systems that serve ads dynamically based on a user’s location, and given the current relationship between the two digital behemoths, such a move by Apple would likely invite litigation from Google.

Another potentially telling patent move is one that Apple registered for in 2008 that potentially could control ads served on virtually any screen connected to an operating system that would turn the content or application off if the user isn’t paying attention to the ads”.

Morale della favola: che accadrà se la pubblicità bussa fin nelle più riposte “stanze” della nostra informazione? Nel “personal” computer, nel “personal” phone. Verremo a un compromesso tra risparmio sui costi e attenzione agli annunci, o subiremo il ricatto tariffe-annunci?

La morsa si stringe: da una parte questo. Dall’altra l’evoluzione dei codici a barre, passivi, nell’Rfid (Radio Frequency IDentification), sistema grazie al quale gli oggetti possono letteralmente annunciarsi, attivamente, anche a distanza.

Come che sia, è uno di quegli orizzonti che – se si apre – ci cambia la vita. “Ci” nel senso di a noi giornalisti, a noi pubbblicitari, a noi uomini di marketing, a noi imprenditori. Ma, soprattutto, a noi uomini. Vedremo se la cambia in meglio o in peggio.

Giuseppe Romano

8 aprile – Ne sapremo di più dopo l’Apple Event annunciato per oggi.

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Se chiude Blockbuster

Inviato da unioneadc il 26 marzo 2010

g.r.

Letta su “Broadcast & video” del 26 marzo:

“Web firma chiusura Blockbuster
Il sabato sera a casa, con una videocassetta targata Blockbuster, presto sarà solo un ricordo demodé. La celebre catena statunitense di film a noleggio, dopo anni di crisi, potrebbe infatti chiudere i battenti a breve. La compagnia, che conta circa 6.500 negozi nel mondo, rischia la bancarotta, incapace di reggere la concorrenza delle tv via cavo e soprattutto di internet, che con i servizi di video on demand come NetFlix ha tolto ogni ragione d’esistere al desueto servizio. In principio furono gli esercenti di sala a tremare, quando negli anni ‘80 Blockbuster contribuì al decremento del pubblico cinematografico di prima visione. Ma chi d’innovazione ferisce, di nuova tecnologia perisce. Le politiche commerciali e di marketing (oltre che la fruizione) di Blockbuster, semplicemente, non sono adatte al nuovo secolo. E l’intrattenimento online non fa prigionieri”.

Questa la notizia. Che innesca riflessioni sulla capacità di un’azienda grande e innovativa di restare tale: non poteva Blockbuster stessa cavalcare l’evoluzione verso il servizio online? Si direbbe che si sia lasciata sottrarre spazi che erano suoi quasi senza combattere, senza reinventarsi per tempo. Ora è tardi.

Giuseppe Romano

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Ubi Banca, sprigiona un tasso liberatorio, se puoi…

Inviato da unioneadc il 24 marzo 2010

g.r.- “Sprigiona un Url liberatorio”, recita la campagna inaugurata qualche settimana fa da Ubi Banca. Tema: la community in espansione su www.libertadibanca.com. Un’iniziativa mattocchia, in cui uno che si chiama Libero ma probabilmente non è nonno invita giovani tra i 18 e i 29 anni a iscriversi per postare foto e testi per “dire la tua” sulla banca. C’è un concorso che mette in palio auto in cambio di un “volto da testimonial”.

Interessante la scelta di campo, a favore di una comunità da formare e fidelizzare. Singolare in compenso il tono, che vorrebbe sdrammatizzare la banca e portarla vicino a nuovi utenti. Resta da vedere se questo invito a “immaginare la tua banca ideale” si sposerà con le attese e le pretese di una banca reale che notoriamente non è né prodiga né creativa, specie con i giovani squattrinati. Attendiamo evoluzioni.

Intanto quest’url liberatorio da sprigionare ci sembra una costruzione artificiale e poco “friendly”. Bisognerebbe intanto sprigionare qualche tasso più positivo…

Giuseppe Romano

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Il futuro dell'advertising secondo Kotler

Inviato da unioneadc il 18 marzo 2010

M.B. – Sottopongo all’attenzione questo illuminante e attualissimo intervento di Philip Kotler sul futuro dell’advertising.

E faccio seguito con queste considerazioni:

Dunque, che fare ?

·        Passare decisamente e definitivamente dalla vecchia comunicazione-monologo, al territorio del dialogo, della relazione e della fidelizzazione, misurabili e utili concretamente per lo sviluppo di un brand.
·        Considerare i clienti non più consumatori ma persone che cercano la loro personale Human Satisfaction, evoluzione della umanamente restrittiva customer satisfaction, per tendere e risolvere le necessità emotive ma anche quelle razionali ed etiche, che determinano le necessità  integrali della persona-cliente.
·        Creare e sviluppare i  brand per i pubblici interni ed esterni, composti da persone che dialogano fra di loro, si relazionano, si conoscono, si aiutano reciprocamente nel vero spirito delle comunità, per utilizzare nel modo migliore prodotti e servizi,e per incrementare la qualità dei momenti di vita in cui questi si posizionano.
·        Essere “nuovi”  imprenditori e manager che credono nel valore della comunicazione, intendendola quale sinonimo di vitalità e quale essenziale strumento strategico per lo sviluppo dei brand e delle imprese.
·        Credere nei  team multidisciplinari a cui partecipano discipline umanistiche ed economiche, oltre che di marketing e comunicazione, e non più nelle vecchie tecniche creative rivolte esclusivamente alla notorietà, per soddisfare in modo innovativo la human satisfaction dei vari stakeholder, e per contribuire al profitto, producendo con multicreatività strategie e contenuti per i messaggi e per i media.
·        Costruire per ogni brand la  COMUNITA’ DI MARCA, considerandola il proprio MONDO ESCLUSIVO, per presidiare e     sviluppare la massima quota di mercato e il massimo fatturato.
·        Sondare e testare le nuove tendenze, visioni, metodi e tecniche.

Marzio Bonferroni

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2010: la pubblicità online supererà quella su carta stampata

Inviato da unioneadc il 9 marzo 2010

g.r. – Lo scrive qui Marco Pratellesi riprendendo un’Ansa. Ricercatori dimostrano che accadrà in Usa nel corso di questo stesso 2010. Se le cose stanno così, molti equilibri si ribalteranno e il mondo della comunicazione dovrà ripensarsi. Finora, infatti, la carta stampata pur in crisi è stata più “ingombrante”, e quindi più forte e più ricca, del web. Che ha pagato pegno anche quanto a professionalità.

Si volta pagina, ed è una pagina web.

Giuseppe Romano

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Meryl Streep sa che cos'è un blog

Inviato da unioneadc il 8 marzo 2010

g.r. – Tra un sito e un blog passa la stessa differenza che c’è tra un telefono fisso e un cellulare. Nel primo caso, rispondendo diciamo “Pronto, chi parla?”, nel secondo “ciao, dove sei?”. Differenza enorme, che trasforma la nozione dello spazio e dell’identità.

I siti web – i “siti-vetrina” come ce ne sono tanti, concepiti per sciorinare le merci e le informazioni, con minime dosi di interattività e coinvolgimento del visitatore – sono sempre più una realtà riduttiva rispetto a ciò che si può esprimere nelle attuali condizioni della Rete. Spesso sono addirittura “siti-cripta”, in cui nulla cambia mai e tutto resta immobilizzato per sempre.

I blog, invece – i blog nei migliori esempi, quelli che non sono soltanto diari personali bensì fasci di connessioni tra persone e argomenti notevoli – organizzano la loro proposta secondo lo schema che usiamo nelle conversazioni tra persone: il post in risalto è l’ultimo inserito, a partire dal quale s’inizia l’esplorazione. Sotto restano gli altri, in ordine inverso di presentazione rispetto a quando sono stati scritti. E attorno, per aiutare con rapidità ed efficacia, stanno gli indici tematici e cronologici.

Chi vuole comunicare dovrebbe tenere ben presente questa prospettiva diversa e spesso più adeguata per dire ciò che si vuol dire. Nel blog l’identità del padrone di casa suona chiara all’interlocutore; dalle sue parole e dalla sua identità affermata nelle argomentazioni risaliremo al “dove sei”, alla posizione rispetto al mondo. Nei siti tradizionali, invece, alle proclamazioni di principio (“sono qui”) spesso non segue un’attestazione d’identità circostanziata e affabile. Il “chi parla?” nel sito resta dubbio, nebbioso, ed è un dato sconfortante se si pensa che i siti (aziendali, professionali, informativi, personali) vengono allestiti appunto per presentare se stessi.

Guardatevi “Julia & Julie”, film per il quale Meryl Streep ha rischiato di prendere il suo terzo Oscar. Parla di cucina, ma è anche un corso d’apprendimento per blogger dialoganti.

Giuseppe Romano

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Il marketing ruspante della politica

Inviato da unioneadc il 5 marzo 2010

a.s. – Qualcuno dovrebbe spiegare a quei poveracci della politica che stampare manifesti con le loro squallide facce e nomi sconosciuti non serve a niente, non porterà neppure un voto in più, se mai in meno. (Fateci vedere la fotografia dell’imbecille che voterà qualcuno di loro perché l’ha visto su un manifesto). Cosa volete che comunichino quegli slogan poverissimi e deprimenti incartati una grafica anni ’60? Sono tutti soldi (nostri ovviamente) buttati senza colpo ferire. Non solo. Dal punto di vista dell’inquinamento visivo, chimico e cartaceo ( brutture, foreste e discariche) si bruciano migliaia di tonnellate di risorse che non soddisfano alcuna necessità se non la vanità e l’ignoranza  degli sventurati candidati. Come se non bastasse, bisogna aggiungere i soldi buttati dai Comuni  per erigere gli ‘spazi dedicati’ a quella patetica sfilata di orrori che ormai non si vede più neppure in Africa.

Andrea Sparvoli

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Campagna Anci, to be or not to be?

Inviato da unioneadc il 4 marzo 2010

Campagna ANCI – Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani

INNOVATION, TRADITION, AND ITALIAN STYLE. NEED MORE ?

La nostra risposta: … YES!

m.b. – Bellissimo fotomontaggio con una bella fanciulla che dentro a una scarpa gigante (o é lei lillipuziana ?) respira a pieni polmoni con soddisfazione. Certamente la scarpa è nuovissima, altrimenti non so se la fanciulla sarebbe così felice…..

Battute a parte, sono rimasto colpito da questa campagna che con titolo in inglese si propone nelle Metropolitane milanesi e non so su quali altri media, ad un pubblico femminile, che notoriamente non conosce l’inglese o che comunque non riesce in buona parte a declinare le sfumature proposte.

E poi, dato che si parla di Italian Style, perché dirlo in inglese ? E poi in Italia ? Capirei in UK o in altri paesi. Ci vergognamo forse della nostra lingua ?
La musica lirica italiana in tutto il mondo è apprezzatissima anche da pubblici molto giovani e non mi risulta che i libretti siano tradotti in inglese.

E questo è il punto. Se la campagna nell’immagine è tecnicamente perfetta, manca di “esclusività italiana”. Non ha alcun riferimento all’arte e alla creatività italiana che sono “merci” che in tutto il mondo ci riconoscono come nostra esclusività. In ogni paese del mondo si potrebbe fare la stessa campagna e dire la stessa cosa, e quindi ovunque potranno facilmente copiare e anche superare questo stile di comunicazione che, ahimé, si riverbera anche sul prodotto, rendendolo quindi un’entità senza elementi esclusivi e quindi presentato come facilmente duplicabile.

Andava probabilmente cercato un “aggancio” con elementi culturali, artistici e creativi esclusivi e identificabili in ogni paese del mondo come originali ed esclusivi italiani, e quindi portatori di un posizionamento qualitativo unica e  non copiabile.

Gli artisti e anche gli stilisti, non sono o non dovrebbero essere dunque pronipoti di una cultura rinascimentale che tutti ci invidiano ?

Inoltre: nella campagna i tre logo che appaiono nei manifesti, non sono nella logica di un unico logo che dovrebbe sintetizzare il valore dell’emittente. Dei tre, credo che quello realizzato con le due scarpe stilizzate che formano al centro un cuore con la sintesi ITALIAN SHOES, sia il più originale e sia quello che potrebbe funzionare come “ombrello” per MICAM e per ANCI che sono due entità organizzative e che non hanno la potenzialità di brand. Inoltre non hanno a base neppure un minimo di informazione a sostegno, oltre al fatto che non è pensabile far passare tre brand contemporaneamente. La mente dei pubblici è come una porta stretta che permette non un’ammucchiata impossibile, ma soltanto il passaggio di una sintesi unica, definitiva, originale, distinguibile, memorabile.

Infine, il messaggio è un “monologo” senza gli elementi del dialogo e delle possibilità di approfondimento a vari livelli che i pubblici sempre di più desiderano, privilegiando in modo palese i brand che li offrono come “servizio” utile e concreto, al di là delle immagini che non muovono opinioni e acquisti.

Marzio Bonferroni

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Tre domande sulla HS a un'esperta di ricerche qualitative

Inviato da unioneadc il 3 marzo 2010

m.b. – Tre domande sulla HS a Silvia Manganelli, antropologa e dottore di ricerca in “Analisi dei cambiamenti culturali”. È senior partner in Eikon Europe, dove dirige il Dipartimento di Ricerche Qualitative. Svolge attività di analisi, ricerca e consulenza strategica nell’ambito delle Risorse Umane, Comunicazione Esterna, Interna e del Marketing, seguendo progetti per alcune tra le più importanti imprese italiane e internazionali.

In economia sono evidenti i disastri provocati dalle teorie incentrate sulla massimizzazione del profitto ed ispirate alla visione egoistica dell’homo oeconomicus. La Human Satisfaction è una reazione a tale filosofia nel settore della comunicazione e dell’economia d’impresa, e costituisce l’evoluzione della così detta customer satisfaction, per allargare la prospettiva della soddisfazione del consumatore a una più ampia visione umanistica, che consideri determinante non più la centralità dell’atto di consumo, ma la centralità dell’essere umano, al fine di  soddisfare in modo integrale le necessità emotive, razionali ed etiche dell’uomo. Il profitto diventa pertanto il giusto risultato della Human Satisfaction.

1. E’ d’accordo con questa visione?

Condivido pienamente l’impostazione e la filosofia di fondo che è alla base della Human Satisfaction. In futuro, la competitività delle imprese si giocherà sempre di più sulla capacità di mettere al centro le persone, intese come insiemi complessi e mutevoli di razionalità, emozioni e sistemi di valori. Avranno successo le aziende che sapranno cogliere questa complessità e che sapranno trovare risposte efficaci a bisogni sempre più sofisticati dei clienti attuali e potenziali. Leggi tutto »

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