Archivio per 'L'era digitale'
Inviato da unioneadc il 28 novembre 2011
gr – Segnalo qui un importante articolo in cui si spiega perché e come la crescita di Facebook potrebbe ostacolare la nostra: è apparso sul sito corriere.it. Condivido tutto, ma vorrei aggiungere qualche considerazione dal punto di vista delle imprese: anche a loro giova che le persone siano creative, libere, curiose. In definitiva si vende di più in un mondo vivace che in uno appiattito. Viva la human satisfaction.
Tags: consumatori, etica, Facebook, marketing strategico
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Inviato da unioneadc il 14 marzo 2011
g.r. – Le cifre sono enormi. Uno studio realizzato dal gigante mediatico NBC Universal informa che un quarto del traffico dati mondiale presente nel World Wide Web viene sviluppato dalla pirateria online. Lo scambio dei contenuti illegali – dal conto resta esclusa la pornografia – riguarda musica, film, programmi tv, videogiochi e software coperto da copyright. Se aggiungiamo il dato che compariva nel rapporto IFPI (sigla che raduna l’industria discografica mondiale) a fine 2010, secondo cui 19 canzoni al mondo su 20 vengono scaricate illegalmente, il quadro è strabiliante.
Oggi la Rete globale è la peggior nemica di chi inventa e produce qualsiasi contenuto che possa vantare un “diritto d’autore”. E se sulle prime l’idea di liberalizzare l’accesso a qualsiasi produzione artistica e culturale può sorridere, quando ci si rifletta vengono a galla realtà piuttosto inquietanti. Leggi tutto »
Tags: download, etica, peer to peer, pirateria informatica, social network, sostenibilità, web
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Inviato da giusrom1 il 23 settembre 2010
g.r. – Un mio amico si è abbonato al Corriere della Sera tramite iPad. Il suo giudizio: bello svegliarsi alle 6 di mattina e trovare, sul comodino accanto al letto, il quotidiano del giorno fresco fresco dentro il suo lettore digitale, da leggere a letto e poi a colazione esattamente come faceva con l’edizione cartacea.
Posso condividere l’entusiasmo tecnologico, che però non è un segno di crescita del giornale cartaceo, semplicemente una sua redistribuzione immateriale. L’impaginazione ne risente, e se non ci si lamenta è perché il vantaggio di averlo supera il disagio di leggerlo.
Il futuro dei giornali non è questo. Non è solo questo.
Oggi i mondi del web e dell’internet fanno prevalere linguaggi sincopati ed ellittici, per giunta letti in diagonale. C’è poco spazio per la cronaca tradizionale, specie se espressa con giri di parole invecchiati e “lenti”. C’è poco spazio anche per l’informazione tv, fumosa e ripetitiva.
I quotidiani, specie italiani, sono vecchi, scritti da vecchi pensando ai vecchi. Non è un fatto anagrafico bensì un intero modello produttivo, quello dell’informazione, che deve rileggersi e riscriversi. Per di più in Italia quella del cronista è da decenni una pigrizia inesorabile, che porta a ignorare l’inchiesta effettiva a vantaggio di notizie riportate e di “teoremi” pregiudiziali. Tutto ciò è insopportabile, ma anche noioso.
Il futuro dei giornali sta secondo me nell’azzeccare l’alchemica mistura tra giornalismo professionale e “giornalismo partecipato”. Di abbandonare la strada del “sito-vetrina” e del “sito-riassunto” per abbracciare l’unicità della parola immessa sul web: per esempio, rileggendo meglio i propri blog, che dovrebbero essere percorsi guidati nella giungla dell’informazione. Chi, poi, riuscirà a capire come reinserire le edizioni cartacee nel circuito quotidiano delle notizie, dove oggi svolgono una funzione marginale e talora parassitaria, darà nuova e sana linfa ai giornali.
Chi va a guardare i siti statunitensi, a cominciare dal New York Times, e li confronta con quelli italiani, può cogliere la differenza, e quindi gli impacci con cui i giornalisti delle nostre parti inseguono un’evoluzione che non può essere vista soltanto come un fatto tecnologico, bensì di linguaggi e di modelli anche metaforici.
Tags: comunicazione, emozioni, giornali, iPad, quotidiani
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Inviato da giusrom1 il 23 luglio 2010
g.r. – Qualche altra riflessione dopo l’incontro in Cattolica sui rapporti tra fiction e marketing d’impresa.
Quando si ragiona a partire dai bisogni effettivi delle persone, mettendoli a confronto con le qualità reali dell’offerta che l’impresa mette sul mercato, lo scenario della comunicazione cambia profondamente.
Human satisfaction significa infatti allargare lo sguardo e approfondire la ricerca. Preoccuparsi anzitutto dell’identità propria e altrui per stabilire relazioni non effimere, cosa che in termini di marketing strategico significa usare la pubblicità come mezzo e non come fine, al servizio di una comunità di persone-clienti che si fonda su interessi reali ed etici e per questo tende a fidelizzarsi.
Non siamo contrari alla comunicazione pubblicitaria. Ci mancherebbe altro. Tuttavia riteniamo che essa non abbia la capacità esclusiva di portare il messaggio al pubblico e vogliamo che sia chiamata a svolgere il suo compito reale: mettersi al servizio delle imprese per veicolarne valori e prerogative. Non basta applicare creatività e infondere tensione emotiva a un generico brief di marketing. Del resto, poiché l’agenzia di comunicazione fa ciò che l’impresa le trasmette, è proprio l’impresa a dover studiare meglio se stessa e i propri valori, per trasmettere non generiche suggestioni o sterili autoelogi bensì informazioni che davvero siano utili al pubblico potenziale e ed esaltino qundi la propria qualità.
Nelle aspettative delle persone le motivazioni profonde prevalgono, com’è giusto che sia, sugli stimoli occasionali: dunque i primi valori che le imprese dovrebbero veicolare sono quelli che cementano il contesto sociale perché soddisfano – human satisfaction – le necessità e le aspettative di un gran numero di cittadini. La doccia emozionale degli annunci deve lasciare il posto alla semina motivata delle proposte.
È così che anche il grande cinema e la grande fiction televisiva diventano territorio di comunicazione: non per un banale product placement, ma per una strategia informativa che mostra come il “racconto sociale” sia anche una “storia dell’impresa”, cioè di uomini il cui lavoro arreca vantaggio ad altri uomini.
Lux Vide è una grande casa di produzione italiana ed europea. La qualità delle sue fiction è unanimemente riconosciuta, con successi che vanno da La Bibbia a Don Matteo, da Coco Chanel a Enrico Mattei. A caratterizzarne le proposte c’è sempre una forte tensione verso il disegno di un mondo umanamente vivibile, dove il bene prevale sul male e le persone tentano di essere sé stesse perseguendo il meglio. Una visione dell’uomo, questa, che coincide appieno con la human satisfaction e può preludere a “racconti” calibrati di imprese professionali, industriali, imprenditoriali. Un semplice spot di 30’’, così come una una grande produzione in più puntate, possono colpire l’immaginario collettivo non soltanto con adescamenti emozionali bensì con idee che rispettano la razionalità e l’etica – in definitiva, l’identità e il diritto di scelta – delle persone. Ed è questo, crediamo, il mondo in cui tutti vorremmo vivere, lavorare e comunicare.
Giuseppe Romano
Tags: customer satisfaction, etica, fiction, human satisfaction, Lux Vide, marketing, product placement, pubblicità
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Inviato da giusrom1 il 21 luglio 2010
g.r. – La grande fiction ha incontrato gli imprenditori: ieri 20 luglio a Milano, in un’aula universitaria, una quarantina di leader d’impresa italiani si sono confrontati con Lux Vide, la più grande casa di produzione cinema e tv italiana, l’unica capace di confrontarsi con la distribuzione fuori dei confini del nostro Paese. L’incontro è stato organizzato in partnership dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e da UniOne. Moderatore Armando Fumagalli, ordinario di Semiotica e ideatore del master per sceneggiatori che da un decennio alimenta le produzioni italiane di qualità.
Ospite illustre Luca Bernabei, direttore delle attività produttive di Lux Vide. Dopo un’introduzione in cui si sono avvicendati anche Marzio Bonferroni, presidente di UniOne, e Nicola Piepoli, presidente dell’omonimo istituto di ricerche, la relazione ha messo in luce i connotati della fiction nazionale e i molti possibili punti di convergenza con il mondo industriale e imprenditoriale. Qui sotto, per chi vuole approfondire, un resoconto più dettagliato.
Giuseppe Romano
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Tags: Armando Fumagalli, brand, Don Matteo, fiction, human satisfaction, imprese, inserzionisti, Istituto Piepoli, Luca Bernabei, Lux Vide, marketing, Nicola Piepoli, posizionamento, product placement, share, storytelling, Università Cattolica
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Inviato da giusrom1 il 23 giugno 2010
m.b. – Don Matteo … sarà all’Università Cattolica di Milano. Non in persona, ma nella professionalità che l’ha creato.
Infatti UniOne Architetture di comunicazione organizza un incontro per imprenditori e alti vertici nella Sede di Via Carducci, 30 – aula C010 – Martedì 20 Luglio 2010 dalle 15 alle 17, in collaborazione con Lux Vide, prima società europea di produzioni cinetelevisive, che con successo ha fra le altre lanciato in tutto il mondo il personaggio Don Matteo. Per Lux Vide sarà ospite Luca Bernabei, direttore delle attività produttive.
Poiché l’incontro è a numero chiuso, occorre iscriversi, scrivendo a m.bonferroni@unione-adc.it, cell 349-3352772 e aspettando la conferma.
E’ interessante notare come questo personaggio e tutto il ciclo delle produzioni televisive che si intitolano a lui, dimostrano come la comunicazione non abbia sempre bisogno di appellarsi a elementi puramente emotivi e molto spesso poco rispettosi dei valori etici per raggiungere il successo nei confronti di pubblici anche di età giovanile. Un giusto mix tra emozione, ragione ed etica, nella visione e nel rispetto di una rinnovata human satisfaction, può rappresentare una sempre valida via per ottenere il successo, senza inutili “trasgressioni” che possono anche attirare emotivamente, ma che a lungo termine contribuiscono a danneggiare la psiche. Questo si dimostra vero soprattutto nei confronti dei giovani che hanno minori “difese razionali”, non pensando che il pubblico è formato da esseri umani da considerare nella loro integralità anche razionale ed etica, e non da esseri da conquistare a tutti i costi per fini puramente commerciali, tendendo a condizionarli emotivamente. Questo avviene spesso dimenticando che esiste per chi produce comunicazione, la legge morale della responsabilità in questo caso nei confronti del pubblico, e anche la legge dello Stato, che spesso vediamo come siano entrambe dimenticate.
Marzio Bonferroni
Tags: comunicazione, Don Matteo, etica, Luca Bernabei, Lux Vide, marketing, UniOne
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Inviato da unioneadc il 3 maggio 2010
g.r. – Un addetto ai lavori mi ha candidamente confessato qual è il suo metodo abituale per incentivare i brand dei clienti sul web, nonché per farsi lautamente pagare da loro.
“Uso una delle mie identità fittizie”, ha spiegato. Ne ha inventate tante in giro per blog e social network, ciascuna dettagliata e studiata per non contraddirla mai, come un personaggio coerente che ha gusti, preferenze, opinioni e antipatie. Ha un vero e proprio “libro dei personaggi” come gli sceneggiatori delle fiction. C’è l’impiegato secchione, la casalinga disperata, la rampante liftata, la mamma preoccupata eccetera.
Quando gli affidano un incarico, sceglie il personaggio o i personaggi più adeguati. Poniamo che debba promuovere l’automobile X. Va in un blog o un forum di appassionati di automobile e aspetta paziente come un pescatore con la lenza. A un certo punto qualcuno dirà pur qualcosa che si possa sfruttare. Per esempio: “La mia auto Y è bella, ma i freni non sono il meglio”. Lì piomba lui come un falco, con la sua identità già conosciuta da quelle parti. E interviene: “Sai che dicono che l’auto X è la migliore, non solo per i freni?”.
Altre volte il dialogo se lo fabbrica tutto da solo, facendo conversare o litigare due altre identità davanti a tutti. “Gridano” forte, in modo che tanti si incuriosiscano. E ficca al momento giusto il “consiglio per l’acquisto” mascherato da punto di vista personale. Che so, il tecnologo spinto che se ne esce con il modello W di ampli, la casalinga che disserta sul tonno in scatola Z.
Tutto normale, tutto spontaneo. Tutto fiction. E’ questo il panorama spontaneo e democratico della rete? Quanti squali predatori o almeno quante meduse urticanti sotto la superficie del mare che i naviganti solcano tranquilli?
Per carità, niente di stupefacente. Sappiamo come vanno queste cose. Ma una riflessione sulla differenza etica tra informazione e acquisto qualcuno dovrà pur farla prima o poi.
Frattanto beviamoci su. Io ho giusto in frigo una lattina di birra Y.
Giuseppe Romano
Tags: blog, forum, social network, viral marketing
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Inviato da unioneadc il 14 aprile 2010
g.r. – Ecco che cos’è iAd Apple: questo articolo spiega in che consiste la novità e quale scenario apre. Par di capire che gli annunci verranno a bussare con propri contenuti interattivi che “dovrebbero” catturare il potenziale cliente. Non è chiaro come concretamente tutto questo potrà funzionare, ma credo che Apple saprà incaricarsi di rispondere in modo efficace a queste perplessità.
Ho estratto una frase che risponde ai dubbi di chi pensa che Google potrebbe a breve lanciare un modello alternativo e competitivo per la gestione dell’offerta pubblicitaria nel mercato smartphone: “Apple al momento con i suoi 85 milioni di dispositivi venduti, le quasi 200mila applicazioni e i 4 miliardi di download è imbattibile”.
Se aggiungiamo il neonato iPad, fratello maggiore di iPhone, si comprende che i tentativi di Apple per governare e orientare contenuti, transazioni, pubblicità, scambi nel mondo “personal” ecc. hanno un orizzonte davvero ampio.
Ma la scommessa più forte Apple la sta facendo sullo scenario “culturale”: davvero, come annuncia Jobs, il mondo dei telefoni portatili non sarà governato da quella “logica della ricerca” che è così tipica dei pc? Davvero sul telefonino evoluto quel che cercheremo e vorremo, a ogni costo, sono le applicazioni? Se la risposta a queste due domande è sì, è probabile che la pubblicità di domani passi atrraverso l’offerta doi servizi (e servizietti) interattivi. In ogni modo è una vision coraggiosa e d’avanguardia, come spesso dalle parti della Mela.
Giuseppe Romano
Tags: Apple, google, iAD, iPad, iPhone, motori di ricerca, pubblicità interattiva, smartphone, Steve Jobs
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Inviato da unioneadc il 29 marzo 2010
g.r. – Più che un rumor è un annuncio: il 7 aprile Apple rivelerà perché ha appena speso 300 milioni di dollari per acquisire una società dedita alla pubblicità online. Secondo Media Post, Steve Jobs sta per dirci che ha trovato la pietra filosofale della pubblicità via telefonino e schermi personali. Si chiama iAd e rivoluzionerà il nostro comportamento di utenti connessi alla rete globale.
Per esempio: “One of popular scenarios is that Apple will offer a hypertargeting capability that would enable advertisers to target ads to consumers based on their geographic proximity, paving the way for a new generation of location-based advertising. But some observers believe that could be trouble for Apple, because Google recently won the patent for systems that serve ads dynamically based on a user’s location, and given the current relationship between the two digital behemoths, such a move by Apple would likely invite litigation from Google.
Another potentially telling patent move is one that Apple registered for in 2008 that potentially could control ads served on virtually any screen connected to an operating system that would turn the content or application off if the user isn’t paying attention to the ads”.
Morale della favola: che accadrà se la pubblicità bussa fin nelle più riposte “stanze” della nostra informazione? Nel “personal” computer, nel “personal” phone. Verremo a un compromesso tra risparmio sui costi e attenzione agli annunci, o subiremo il ricatto tariffe-annunci?
La morsa si stringe: da una parte questo. Dall’altra l’evoluzione dei codici a barre, passivi, nell’Rfid (Radio Frequency IDentification), sistema grazie al quale gli oggetti possono letteralmente annunciarsi, attivamente, anche a distanza.
Come che sia, è uno di quegli orizzonti che – se si apre – ci cambia la vita. “Ci” nel senso di a noi giornalisti, a noi pubbblicitari, a noi uomini di marketing, a noi imprenditori. Ma, soprattutto, a noi uomini. Vedremo se la cambia in meglio o in peggio.
Giuseppe Romano
8 aprile – Ne sapremo di più dopo l’Apple Event annunciato per oggi.
Tags: Apple, google, iAD, personal computer, personal phone, RFID, Steve Jobs
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Inviato da unioneadc il 8 marzo 2010
g.r. – Tra un sito e un blog passa la stessa differenza che c’è tra un telefono fisso e un cellulare. Nel primo caso, rispondendo diciamo “Pronto, chi parla?”, nel secondo “ciao, dove sei?”. Differenza enorme, che trasforma la nozione dello spazio e dell’identità.
I siti web – i “siti-vetrina” come ce ne sono tanti, concepiti per sciorinare le merci e le informazioni, con minime dosi di interattività e coinvolgimento del visitatore – sono sempre più una realtà riduttiva rispetto a ciò che si può esprimere nelle attuali condizioni della Rete. Spesso sono addirittura “siti-cripta”, in cui nulla cambia mai e tutto resta immobilizzato per sempre.
I blog, invece – i blog nei migliori esempi, quelli che non sono soltanto diari personali bensì fasci di connessioni tra persone e argomenti notevoli – organizzano la loro proposta secondo lo schema che usiamo nelle conversazioni tra persone: il post in risalto è l’ultimo inserito, a partire dal quale s’inizia l’esplorazione. Sotto restano gli altri, in ordine inverso di presentazione rispetto a quando sono stati scritti. E attorno, per aiutare con rapidità ed efficacia, stanno gli indici tematici e cronologici.
Chi vuole comunicare dovrebbe tenere ben presente questa prospettiva diversa e spesso più adeguata per dire ciò che si vuol dire. Nel blog l’identità del padrone di casa suona chiara all’interlocutore; dalle sue parole e dalla sua identità affermata nelle argomentazioni risaliremo al “dove sei”, alla posizione rispetto al mondo. Nei siti tradizionali, invece, alle proclamazioni di principio (“sono qui”) spesso non segue un’attestazione d’identità circostanziata e affabile. Il “chi parla?” nel sito resta dubbio, nebbioso, ed è un dato sconfortante se si pensa che i siti (aziendali, professionali, informativi, personali) vengono allestiti appunto per presentare se stessi.
Guardatevi “Julia & Julie”, film per il quale Meryl Streep ha rischiato di prendere il suo terzo Oscar. Parla di cucina, ma è anche un corso d’apprendimento per blogger dialoganti.
Giuseppe Romano
Tags: blog, Julia & Julie, Meryl Streep, siti web
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