Human Satisfaction & Multicreatività

Persone, non consumatori. Zona franca per una nuova civiltà di comunicazione

Luigino Bruni, L’economia, la felicità e gli altri

L’economia, la felicità e gli altri – di Luigino Bruni – Ed. Città Nuova – 2004

Sintesi di Marzio Bonferroni – 2008

Delineando i primi elementi di una teoria della felicità in economia, lo studio si pone come approfondimento di un tema ancora troppo poco esplorato che si pone al centro di molte dinamiche economiche e sociali delle moderne società. Attraverso lo studio della storia della felicità in economia, da Aristotele ai nostri giorni, il libro sottolinea come il rapporto tra beni e benessere sia da interpretare attraverso il connubio tra felicità, beni e rapporti interpersonali.

  • Luigino Bruni è docente di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca. Si occupa principalmente di storia del pensiero economico e dei fondamenti etici e antropologici in economia.
  • L’economia è importante. La felicità di più. Se ricchezza, reddito, consumo, ci portano a vivere peggio, quegli stessi beni diventano “mali”. Individuare il confine è difficile ma urgente.
  • Molti “poveri”, grazie ad una vera vita comunitaria, sono più ricchi e liberi di tanti altri che vivono sommersi dai beni. La carestia di felicità, dovuta alla povertà relazionale, può diventare più disastrosa e disumanizzante della carestia di cibo.

  • Gli studi sul “paradosso della felicità” riportano il fatto che nei paesi ad alto reddito anche nella media gli aumenti di reddito portano minore felicità, pur con il cuore e la mente  sempre orientati verso coloro che vivono paradossi ben più gravi, riferendoci a quel terzo di umanità che vive senza acqua potabile, senza accesso all’istruzione, e a cure sanitarie minime. Questo anche considerando che questi paradossi potrebbero essere risolti con politiche di sviluppo e di giustizia soprattutto da coloro che vivono i paradossi della felicità dovutio ad eccesso di ricchezza.
  • La nostra felicità e infelicità, il nostro ben- o mal-essere, dipendono forse anche dai beni materiali, probabilmente dalla salute, ma, soprattutto dipendono dalla qualità dei rapporti che riusciamo a costruire o a non costruire con le persone che ci stanno intorno. Rapporti interpersonali che sempre più frequentemente entrano in conflitto con i beni di mercato.
  • L’economia ha creduto e ancora crede di poter fare a meno di entrare nel territorio della relazionalità umana, arroccandosi dentro i territori dell’individuo e della sua razionalità, e arrestandosi così sulla soglia dele cose più interessanti del benessere umano.
  • E’ impossibile occuparsi anche solo da economisti di felicità, senza fare i conti con le dinamiche della vita in comune e con le dinamiche che legano i rapporti umani ai beni materiali.
  • La felicità è paradossale perché il paradosso si annida nel cuore stesso dei rapporti interpersonali.
  • La felicità ha bisogno di gratuità e per questa ragione non si può essere felici da soli, neanche quando cerchiamo di sostituire i rapporti con gli altri con i beni di mercato. “Non vi è felicità senza gli altri” – Todorov – 1998.
  • Il rapporto fra variabili economiche e felicità umana è ancora troppo poco esplorato.
  • Le dinamiche tipicamente economiche influenzano certamente la felicità umana come d’altra parte il sentirsi felici o infelici e vivere esperienze  di reciprocità ha effetti sui risultati economici.
  • E’ chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato: essa, infatti, ha valore solo in quanto “utile”, cioè in funzione di altro (Aristotele – Etica Nicomachea).
  • Gli studi sul rapporto reddito / felicità dimostrano che nelle eonomie avanzare la felicità rimane pressoché costante o diminuisce all’aumentare del reddito pro-capite, secondo gli studi iniziati nel 1974 dall’economista e demografo americano Richard Easterlin, capostipite di questi studi.
  • L’altro capostipite degli studi sulla felicità in Economia è Tibor Scitovsky, che nel suo libro Joyless Economy dimostra come il consumo di cose comode e non stimolanti crea dipendenza e uno stato di infelicità sazia e…noiosa. La creatività e lo stimolo relativo, generano molto più interesse e felicità del comfort derivato dalla rcchezza.
  • Da questi studi come dal contributo dell’economista e Nobel indiano Amartya Sen viene una dura critica nei confronti delle teorie basate sulla razionalità economica, che prevede la massimizzazione della funzione di utilità nell’azione di un soggetto economico.
  • L’homo oeconomicus, ricordava già J.S. Mill (1862 ) non é l’uomo reale perché nel comportamento dell’uomo reale intervengono fattori psicologici, affettivi, spesso irrazionali, che fanno deviare l’azione dalla sua traiettoria razionale.
  • La scienza economica, nel concentrarsi sulle sue variabili focali rappresentate da reddito, ricchezza e consumo, trascura elementi importanti che poi si riflettono sulla felicità e sullo star-bene delle persone, quali: – salute – partecipazione alla vita democratica – stimoli sociali – libertà – altruismo – vita associativa – aspirazioni personali.
  • Le osservazioni sui – beni posizionali – (status symbol) e sui – beni relazionali – portano a considerare che il consumo, il bene economico, il rapporto con in generale cio’ che è economico si trasforma in vero benessere individuale e in sommatoria anche sociale, quando è inserito all’interno di rapporti umani profondi, generosi e aperti al dialogo interpersonale.
  • Per una comprensione completa del fenomeno economico, occorre che d’ora in poi lo stesso venga incrementato dai valori che determinano la felicità nel rapporto con gli altri, quasi totalmente mancanti nelle teorie economiche classiche e moderne.
  • Nella Grecia antica si è avuta la prima riflessione filosofica sulla felicità, soprattutto in Aristotele che l’ha definita eudaimonoia, ovvero sommo bene realizzabile mediante l’azione.  Ha generato alcune idee fondamentali, quali archetipo alla fonte della storia umana, modernità compresa, anche in economia:

a)     la felicità è il fine ultimo dell’agire

b)    esiste un legame inscindibile fra la felicità e le virtù

c)     la virtù dà il suo frutto, la felicità, solo se cercata in modo non strumentale.

  • La felicità è nello stesso tempo la cosa più buona, più bella e più piacevole. Non le manca nulla che la possa rendere più ricca o migliore. E’ il fine ultimo, perché oltre essa non c’è più nulla. Tutti gli altri beni, fra cui la ricchezza e la salute, sono soltanto mezzi per raggiungere la felicità.
  • La felicità non è una realtà statica, ma è attività dinamica in divenire, che arriva solo come effetto indiretto, quale “premio della virtu’”, strettamente connessa all’agire etico e al saper fare le cose in modo eccellente. Intendendo dunque la felicità come effetto della virtù realizzata al massimo livello artistico come azione, come attività, e non come semplice moralismo. E’ la condizione dello star bene e dell’agire stando bene.
  • Bisogna distinguere la felicità intesa come euforia temporanea, contentezza spensierata, sensazione piacevole, o semplicemente piacere, espressi dal termine –edonismo- dalla vera felicità espressa dal termine –eudaimonia- che si traduce in modo completo in – fioritura umana – mentre la felicità come a volte viene intesa nel mondo contemporaneo può essere possibile solo per pochi momenti, rappresentando quindi un termine ambiguo.
  • Il piacere è il segnale del valore di un’attività, ma non è il suo fine. Non rappresenta una situazione stabile, non momentanea. Infatti il piacere momentaneo non rende alla fine nessuno felice, mentre le azioni secondo virtù saranno piacevoli per se stesse.
  • La strada per raggiungere la felicità appare dunque essere una vita virtuosa e le virtù diventano la strada per la felicità. Dalla pratica delle virtù nasce indirettamente la felicità. Esse sono quindi la via e la meta. Aristotele definisce la felicità come un’attività dell’anima conforme a virtù, e quindi non attività esterore. Essa ha bisogno di beni materiali, di salute, di bellezza, di contemplazione (theoria), senza i quali la felicità si trova guastata. E’ dunque multidimensionale, dato che è composta di molte cose. Alcune strumentali (beni materiali) altre intrinseche (bellezza, amicizia, virtù).
  • La felicità non dipende dalla fortuna ma da una vita conforme alle virtù, essendo così dinamica ma stabile nello stesso tempo, poiché nessuna delle funzioni umane può generare stabilità quanto le attività conformi alle virtù.
  • L’uomo felice è un essere sociale portato per natura a vivere insieme con gli altri. L’uomo felice dunque ha bisogno di amici. Aristotele, abbracciando l’Etica Nicomachea ne – la scuola di Atene di Raffaello – indica la terra, la vita civile, e …i suoi paradossi, mentre Platone con il Timeo sotto il braccio, indica il cielo e la contemplazione della bellezza in sé. Sono le due anime della filosofia greca.
  • L’amicizia è un fine e precede per importanza la ricchezza, che è un mezzo, anche perché la ricchezza non condivisa è fonte di infelicità. (Cicerone). Dunque avere una vita felice, amici, amare ed essere amati, sono parte essenziale di una vita felice.
  • La felicità dunque è il risultato indiretto di azioni virtuose poste in essere per il loro valore intrinseco, e non in vista di altro, mosse da sentimenti di sincerità e gratuità.
  • Per Aristotele i tre principali “beni relazionali” ovvero l’amicizia, l’amore e l’impegno politico hanno bisogno di essere mossi da sentimenti di sincerità e di gratuità, per condurre alla felicità.
  • L’amicizia comporta valutare l’amico come un bene intrinseco. Per questo il considerare un amico in modo utilitaristico come strumento per i propri fini, non è compatibile con la concezione classica dell’amicizia vista al suo massimo grado quale rapporto di virtù fra persone virtuose, che desiderano reciprocamente il bene dell’amico.
  • L’uomo felice ha bisogno di amici dato che per raggiungere la felicità non basta la propria autosufficienza ma occorre, perché questa si completi, il rapporto con gli altri. Non si può raggiungere la felicità da soli, ma soltanto in un rapporto di relazione virtuosa.
  • L’invenzione della socialità si manifesterà primariamente in quella forma profetica del sociale che è la Chiesa, comunità fondata sulla legge trinitaria dell’amore scambievole, sulla reciprocità di persone uguali e distinte.
  • Come per Aristotele e Agostino, anche per Tommaso la felicità è il fine ultimo dell’uomo. Essa non può essere il piacere o la gioia, bensì la conseguenza di aver fatto e raggiunto il bene, il frutto della vita virtuosa.
  • Le virtù etiche non sono mezzo per un fine, ma esse stesse fini e fine. (G.Samek Lodovici).
  • Si ama gratuitamente anche chi, in ragione della somiglianza, è un altro se stesso.
  • L’Umanesimo presenta due anime ben distinte: quella civile –attiva-aristotelica-ciceroniana e quella individualista-contemplativa-neoplatonica-epicurea che daranno vita a tradizioni diverse nelle scienze sociali, da quella che si identifica nell’edonismo-individualismo-sensismo, tra sei e settecento, a quella che si identifica nel vivere relazionale e civile dell’essere umano nella famiglia, nella città, nello stato.
  • Provvedendo, servendo, preoccupandosi della famiglia, dei figli, dei parenti, degli amici, della patria che tutto riabbraccia, non puoi non elevare il tuo cuore al cielo e non piacere a Dio.. (Coluccio Salutati).
  • L’amor proprio e l’amore per gli altri sono due dimensioni presenti entrambe nella persona, e la dinamica delle azioni umane è spiegabile sulla base del gioco di queste due forze-base.
  • La “forza concentretiva” e la “forza diffusiva” sono due principi distinti e operanti nella persona, ambedue primitive, ambedue legate insieme.
  • La felicità consiste nell’immedesimarsi e comunicare profondamente con gli altri. La vera felicità cresce tanto più, quanti  più individui ne sono partecipi.
  • Per quanto l’uomo possa essere considerato egoista, nella sua natura ci sono chiaramente alcuni principi che lo fanno interessare alla sorte degli altri e che gli rendono necessaria l’altrui felicità.
  • La parte più importante dello studio della scienza economica è “lo studio dell’uomo” e delle sue azioni. Con questa affermazione il grande economista Marshall, nella scuola di Cambridge,  sposta il principio economico dall’oggetto (ricchezza, felicità,…) al soggetto, cioè all’individuo e alla logica della scelta, in contrapposizione ai principi dell’edonismo e dell’utilitarismo.
  • Per Marshall la felicità dipende in larga misura da fattori extra economici quali la religione e la ricerca del senso della vita, e soprattutto dalla vita affettiva e dall’amicizia. In Marshall come in Aristotele, la felicità non coincide con la ricchezza, ed è sociale per sua natura.
  • L’estrema povertà determina di fatto quelle condizioni oggettive che rendono molto difficile se non impossibile lo sviluppo di quelle dimensioni relazionali e di vita dalle quali dipende la felicità.
  • L’economia dunque studia anche le condizioni umane dalle quali dipende la felicità.
  • L’utilità della ricchezza sta dunque nelle cose che ci permette di fare, nelle libertà sostanziali che ci aiuta a conseguire, in una correlazione che non è né esclusiva né uniforme.
  • Secondo l’economista Amartya Sen ciò che conta in termini di giustizia, di uguaglianza e di libertà, non sono tanto i beni, ma come questi si trasformano in capacità e in funzionamenti, e WWquindi in “fioritura umana”.
  • In Marshall scopriamo che – il mondo andrebbe molto meglio se ciascuno comprasse meno cose e più semplici, e si curasse di sceglierle per la loro bellezza –
  • Marshall suggerisce una riduzione generale delle ore di lavoro, sostenendo che non soltanto le persone direttamente interessate, ma anche la società intera troverebbe giovamento eliminando elementi negativi per madri e padri assenti dalle famiglie. N
  • Wicksteed afferma che il rapporto economico non ignora né gli impulsi egoistici, né gi impulsi altruistici. Ego, tu e indifferenza, sono coinvolti in una qualsiasi transazione.